PA: il codice andrà pubblicato sotto licenza OpenSource

In passato avevamo già accennato alla questione Open Source per l’amministrazione pubblica, prima del governo americano e, più recentemente, di una petizione della FSFE rivolta alla Comunità Europea. Anche l’Italia sta cercando di muoversi in questa direzione Di recente infatti, l’AgID (Agenzia per l’Italia Digitale), ha comunicato per la notifica in Gazzetta Ufficiale, le nuove linee guida per l’acquisizione e riuso di software per le pubbliche amministrazione. In questo documento si invita la Pubblica Amministrazione a preferire l’utilizzo di software open source rendendolo disponibile sotto licenza open. Una piccola (grande) postilla: non è e non sarà un obbligo utilizzare software open source ma ora le amministrazioni dovranno motivare per iscritto la scelta dell’utilizzo di software proprietario o di codice nuovo. Nel caso dovesse essere scelto di sviluppare codice da zero, subentra l’obbligo di rendere disponibile il codice tramite una licenza open source ed accessibile tramite repository pubblici. Il progetto dovrà poi essere censito su Developers Italia, portale dedicato al software per PA, ed includere una serie di informazioni tra cui: funzionalitàrequistichi è il maintainer e fino a quando sarà fornito supportoambiti di utilizzoriferimenti normativi Se questo sistema e forma mentis dovessero (finalmente) prendere piede, inutile ribadire quanto denaro pubblico sarebbe […]

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Fino al 20% del codice opensource ha dipendenze abbandonate

Tutti noi amiamo il codice open source, e il motivo principale lo abbiamo ripetuto spesso: la libertà di usare il codice fatto da qualcun altro per creare la propria applicazione, che sia la modifica dell’applicazione stessa o l’uso di una libreria. Spesso, molto spesso, si tratta del secondo caso: le applicazioni usano librerie open source per poter offrire o sfruttare una funzionalità. Direi che il caso più sotto gli occhi di tutti sia openSSL: praticamente tutti usano questo codice per le comunicazioni sicure HTTPS. Tidelift, società dedicata che al supporto degli sviluppatori open source (vendendo servizi appositi), ha fatto una indagine interna tra i repository che gestisce, alla ricerca di software abbandonato. Il risultato (ed il metodo usato) è pubblicato in un articolo che si apre con un’affermazione notevole: After taking an early look at the data we’re getting back, it appears that about 10-20% of commonly-in-use OSS packages aren’t actively maintained.Dopo aver preso una prima visione dei dati che stiamo raccogliendo, sembra che circa il 10-20% dei pacchetti OSS [OpenSource Software] di uso comune non sono attivamente manutenuti. La motivazione data da alcuni sviluppatori per tanto software abbandonato è semplice: si crea un programma per risolvere un problema, e […]

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Saturday’s Talks: l’OpenSource come acceleratore per le imprese

Dopo l’articolo dai toni amari sulla possibile sopravvivenza dell’open source al cloud dei giorni scorsi, cerchiamo di far tornare il buon umore a noi amanti del pinguino -e quindi anche dell’open-source- con una visione più propositiva su questa filosofia. In questi giorni Red Hat ha pubblicato un report dal titolo “The State of Enterprise Open Source” rendendo disponibili i dati acquisiti dalle interviste fatte a ben 950 professionisti dell’IT in giro per il mondo. Da questo report emergono dati interessanti, primo fra tutti che il 69% degli intervistati ha indicato il software open-source come estremamente importante in ambito enterprise. Se poi consideriamo che solo l’1% ha invece indicato lo stesso come “assolutamente non importante”, possiamo intuire che il mondo business vede nell’uso “codice aperto” l’approccio fondamentale al funzionamento delle loro imprese. Anche l’adozione di software open-source sta procedendo molto bene: negli ultimi 12 mesi il 68% ha indicato un incremento nell’uso di software con questa licenza, ed per i prossimi 12 ben il 59% si aspetta un incremento nell’uso dello stesso. Ma per cosa viene usato il nostro amato software aperto? Nel 45% dei casi per lo sviluppo di siti web, e nel 43% per tool di gestione del cloud. […]

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L’opensource sopravviverà al cloud?

Sappiamo tutti che alla base di quello che muove questa fantomatica parola non ci sono altro che server, sistemi e software; e, nella stragrande maggioranza dei casi, non generico software, bensì software open source. Da Linux a MariaDB, a Kubernetes, passando per MongoDB ed Apache, le ultime decadi di open source hanno portato la base per offrire questi fantomatici “servizi cloud” che tutti stanno mettendo sul piatto delle offerte. Il problema nasce da come ultimamente questi servizi vengono offerti, ed il sistema che si sta delineando sta gettando ombra sul modello di business dietro all’open source, quello che ha portato alla nascita ed alla proliferazione di tante aziende a noi, amanti del pinguino, più o meno care. Il tutto si basa su incentivi: gli sviluppatori indipendenti hanno bisogno di incentivi per donare tempo ed abilità ai progetti open source e, parallelamente, gli imprenditori hanno bisogno di incentivi per costruire aziende intorno a questi progetti che li aiutino a crescere. Molte di queste aziende che forniscono le cosiddette “public cloud” però, hanno implementato delle dinamiche che vanno a tarpare questi incentivi; è molto facile per questi big prendere progetti open source ed offrirli come “sistemi gestiti” ma, se questo viene fatto […]

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Chef sarà 100% OpenSource

Chef è un software di configuration management utilizzato per la configurazione e la gestione di server, con la possibilità di essere integrarlo con molteplici piattaforme cloud quali Amazon EC2, Google Cloud Platform, OpenStack ed Azure, per citare solo alcuni tra i più famosi. Il nome di questo diffusissimo software è salito agli onori della cronaca poiché Barry Crist, CEO dell’azienda, ha annunciato (a sorpresa di tutti, pare) che d’ora innanzi, tutto il software prodotto sarà rilasciato in forma open source, sotto la licenza Apache 2.0. Una mossa nettamente in controtendenza a quella di altre aziende, come ad esempio MongoDB, che negli scorsi mesi hanno preso un po’ le distanze dalle licenze open-source. Bene, a quanto pare, non tutti sono convinti che questa sia la scelta migliore. Prima di questa “apertura”, il codice core di Chef era effettivamente open, ma molte delle feature aggiuntive o di management erano proprietarie, lo stesso modo in cui è distribuito, per esempio, MySQL di Oracle, rilasciato con licenza GPL e commerciale. Insomma… Sarà possibile creare anche il proprio fork di Chef… ma ovviamente non si potrà fare alcun riferimento all’azienda Chef . Ultima chicca, passata in secondo piano, è il rilascio di una nuova distribuzione […]

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